Un complesso molto più grande di quello visitabile
L’area storicamente interessata dall’attività estrattiva comprende circa quaranta cave in galleria e alcune cave a cielo aperto, distribuite nell'area tra il Monte Piai e la Costa di Fregona e Vittorio Veneto.
Il percorso oggi aperto al pubblico, concentrato nell'area della Forra, permette dunque di conoscere solo una parte del complesso delle Grotte del Caglieron ed è il risultato di un pluridecennale lavoro di recupero e messa in sicurezza delle aree di estrazione; le restanti sono ad oggi crollate o comunque immerse nella vegetazione e non facilmente raggiungibili, anche a causa di sentieri incompleti e non in sicurezza e della presenza della fauna selvatica.
Come sono state scavate le cavità
Esclusa la Forra, le Grotte sono il risultato dell’estrazione della piera dolza, un’arenaria tenera che veniva lavorata manualmente dai cavatori e dagli scalpellini.
L’attività iniziava con l’individuazione dei banchi di roccia ritenuti più adatti all’estrazione. Una volta individuata l’area, si costruiva una via di accesso e l’avanzamento procedeva dall’esterno verso l’interno, inizialmente attraverso una galleria orizzontale che veniva poi progressivamente allargata e abbassata.
Con il passare degli anni, l’estrazione portava alla formazione di ambienti molto ampi, con sale alte e profonde al cui interno, per evitare il cedimento delle volte, venivano lasciate grandi colonne di roccia a sostegno delle strutture soprastanti. La loro disposizione fortemente inclinata non è casuale, ma segue infatti la struttura geologica del banco roccioso, risultando sostanzialmente perpendicolare agli strati, che in questa zona sono inclinati rispetto all’orizzonte.
Anche i pavimenti delle cave seguono questa inclinazione, motivo per cui l’escavazione poteva procedere verso il basso per gradoni.
I segni del lavoro sulla roccia
Le pareti delle cavità conservano ancora le tracce dell’attività estrattiva.
Le scanalature parallele e leggermente curve che si osservano sulla roccia sono il risultato dei movimenti ripetuti degli strumenti utilizzati per rendere uniformi le superfici durante l'avanzamento delle cave.
L’estrazione dei blocchi richiedeva diverse fasi. Il materiale veniva liberato sui lati e posteriormente, mentre nella parte inferiore veniva praticata una scanalatura nella quale erano inseriti cunei di ferro. La battitura dei cunei permetteva di provocare il distacco del blocco, che veniva successivamente spostato con l'uso di leve.
Il lavoro era suddiviso principalmente tra cavatori, specializzati nell’estrazione, e scalpellini, incaricati della lavorazione e della finitura dei manufatti. In alcuni casi le due attività erano svolte dalla stessa persona.
La Grotta Breda conserva inoltre alcune date incise direttamente nella roccia, tra cui 1883 e 1928. Queste testimonianze fanno ritenere che questa parte del complesso appartenga a una fase relativamente recente dell'attività estrattiva, anche se non è oggi possibile stabilire con certezza quale sia stata la prima area interessata dalle cave.
La piera dolza e il territorio
La pietra estratta dalle cave del Caglieron non veniva utilizzata soltanto nelle immediate vicinanze delle Grotte.
La piera dolza entrò per secoli nell’architettura dei centri abitati del territorio e delle ville venete dell'area, dove veniva impiegata per portali, architravi, colonne, scale, balaustre, fontane, lavatoi e numerosi altri elementi costruttivi e decorativi.
Il suo utilizzo è particolarmente evidente nei centri storici di Ceneda e Serravalle e nei borghi circostanti, dove la pietra proveniente dalle cave era parte integrante dell’architettura civile, religiosa e militare.
Anche Fregona conserva testimonianze di questo rapporto tra le cave e il patrimonio costruito. Un esempio riconoscibile è il campanile, nei cui elementi decorativi è presente la piera dolza lavorata dagli scalpellini del territorio.
La piera dolza non aveva però caratteristiche uniformi: la qualità e la durezza della roccia potevano variare, rendendola adatta a lavorazioni e utilizzi differenti. Oltre agli elementi architettonici, dalle diverse tipologie di pietra venivano ricavati anche manufatti di uso più particolare, comprese palle di artiglieria.
La stessa caratteristica contribuiva a rendere alcune varietà di arenaria adatte alla produzione di mole per affilare e levigare, utilizzate per utensili e lame.
Dalle cave ai nuovi utilizzi
La storia del complesso è anche una storia di riuso dello stesso.
Quando una cava cessava di essere produttiva, la cavità poteva essere abbandonata oppure destinata a nuove funzioni, anche grazie alle particolari condizioni degli ambienti sotterranei.
Alcune cavità furono trasformate in fungaie, come la Grotta FAI e la Grotta di Santa Barbara; altre furono legate alle vicende belliche del Novecento, venendo usate come deposito di carburante durante la Prima guerra mondiale dagli Austroungarici o di armi e munizioni durante la Seconda guerra mondiale, successivamente rinvenute nel dopoguerra. Una grotta minore, nota come Grotta Damigiana, era invece utilizzata per conservare al fresco le damigiane di vino.
In epoca più recente alcune cavità sono state utilizzate per attività culturali, ospitando esposizioni fotografiche, presentazioni e incontri con autori, concerti e altre iniziative, mentre la Grotta di San Lucio è stata recuperata e destinata alla stagionatura del formaggio di grotta.
Anche gli scarti della lavorazione potevano trovare un utilizzo: la sabbia fine e la polvere derivanti dalla lavorazione della piera dolza venivano infatti impiegate, fino a tempi relativamente recenti, per pulire e sgrassare i paioli e le pentole di rame.
Un sistema produttivo intorno alle cave: dai mulini all'indotto dell'attività estrattiva
L’attività delle cave si inseriva in un sistema produttivo più ampio, nel quale l’acqua aveva un ruolo fondamentale.
Il torrente Caglieron non ha soltanto modellato la forra naturale, ma ha fornito anche la forza motrice necessaria a diverse attività produttive, a partire dai mugnai.
All’interno del perimetro del Parco erano infatti presenti tre mulini. Il più antico corrisponde all’attuale struttura che ospita il ristorante Da Nereo, mentre un secondo mulino, il Mulinetto, è stato recuperato e restaurato; un terzo impianto, risalente alla Prima guerra mondiale, è invece andato distrutto.
I mulini utilizzavano anche macine realizzate con il conglomerato di Puddinga presente nell'area. Una di queste è ancora visibile all’interno del Parco, nei pressi dell’incrocio dei canali del Mulinetto.
L’attività estrattiva richiedeva poi molto più del lavoro svolto direttamente all’interno delle cavità.
Intorno alle cave si sviluppò infatti un insieme di attività necessarie alla lavorazione, alla manutenzione degli strumenti e al trasporto della pietra.
Le fucine dei fabbri erano fondamentali per mantenere efficienti punte, scalpelli e altri strumenti sottoposti a una forte usura durante l'estrazione e la lavorazione dell’arenaria, richiedendo dunque di essere ribattuti, temprati e riaffilati.
Anche il trasporto dei blocchi e dei manufatti richiedeva carri, animali da soma e personale specializzato, dando lavoro a falegnamerie, officine e altre attività artigianali presenti nei paesi circostanti.
Leggere la storia nella pietra
Le pareti delle Grotte conservano anche testimonianze che permettono di osservare direttamente la storia geologica e umana del luogo.
Alcuni segni curvilinei presenti nella roccia sono riconducibili a tracce lasciate da organismi marini quando i sedimenti che hanno successivamente formato gli strati di arenaria erano ancora sul fondo di un antico ambiente marino.
Accanto a queste tracce naturali si trovano quelle lasciate dall'uomo: scanalature, segni degli strumenti e superfici modificate durante l'estrazione permettono di riconoscere le diverse fasi del lavoro in cava.
La roccia conserva così contemporaneamente tracce molto diverse tra loro: quelle degli organismi che hanno abitato l'ambiente marino nel quale si sono formati i sedimenti, quelle dei processi geologici che hanno trasformato quei sedimenti in roccia e, molto più tardi, quelle degli uomini che hanno iniziato ad estrarla e lavorarla.